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PIÙ NIENTE


SYSTEM FAILURE

SULA VENTREBIANCO è una band alternative rock/rock elettronico formata da Sasio Carannante (voce/chitarra), Giuseppe Cataldo (chitarra/seconda voce/synth), Mirko Grande (basso/cori) e Aldo Canditone (batteria). Qui vi parliamo del loro nuovo album in uscita per il 10 marzo, ossia Più niente. System failure ha ascoltato questo album con attenzione e quelle che seguono sono le nostre considerazioni a riguardo.

Più niente è un album ricco di spunti interessanti. Innanzitutto ci sono tante influenze musicali: c’è grunge, c’è alternative rock, c’è rock elettronico, c’è indie rock etc. Abbiamo pensato veramente a tante band ascoltando questo disco e pensiamo che sia un ottimo prodotto musicale.

Per esempio, dall’ascolto di Merak e Diamante come non pensare ai Muse o ai Placebo. Pensiamo ai Muse anche ascoltando Metionina e Dubhe. Invece, Wormhole ci ha portato alla mente i Marlene Kuntz di Catartica. Una che non resta contiene sonorità in stile Verdena mentre Subutecs in stile Arctic Monkeys e Kasabian. Di certo il sound di questa band è alquanto british anche se rimane ancorato al panorama italiano alternative ed underground.

La cosa da mettere in risalto assolutamente è che SULA VENTREBIANCO sembra aver trovato, tra l’altro, il perfetto connubio tra rock elettronico ed alternative rock. La canzone manifesto di questo connubio oltremodo riuscito è Batticarne, la traccia migliore di questo album a nostro giudizio.

Allora non perdeteveli, sarebbe davvero un peccato! Inoltre, immaginiamo SULA VENTREBIANCO dal vivo: secondo noi sono proprio uno sballo da ascoltare con le loro sonorità frementi e nervose oltre che tanto ruggenti. Il loro rock è moderno, è entusiasmante, è brillante, è davvero elettrizzante! E dato che non vogliamo aggiungere una lista ulteriore di aggettivi, perché ce ne sarebbero ancora tanti, ci fermiamo qui…

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ROCK GARAGE

Sula Ventrebianco with Nick Oliveri@Cellar Theory (NA)Un pezzo della storia del rock, a cavallo tra gli anni 90 e i 2000, sbarca a Napoli, precisamente al Cellar Theory, storico locale del Vomero che rappresenta ancora oggi uno degli ultimi (ahimè) baluardi partenopei dove si promuove con forza la musica, emergente e non, rigorosamente inedita. Stiamo ovviamente parlando di Nick Oliveri, fondatore dei Mondo Generator ed ex bassista di Kyuss e Queens Of The Stone Age, giganti dello stoner, che si presenta col suo Death Acoustic Tour in una delle sue 7 date italiane. Alle 21:30 un buon numero di persone è già presente all’interno del locale, si prevede una serata sold out e in tanti non hanno voluto rischiare di restare fuori per esaurimento posti. L’atmosfera è piacevole e tra un drink e un altro si attende l’inizio del concerto che sarà aperto dai Sula Ventrebianco, una delle migliori band del panorama rock napoletano e osiamo dire italiano, che il 10 marzo presenterà ufficialmente il suo nuovo album, il quarto Più Niente, missato da Alberto Ferrari dei Verdena.

Per rendere il tutto più omogeneo, anche i Sula Ventrebianco si presentano in formazione acustica, con due chitarre ed un violino, rompendo immediatamente il ghiaccio con una battuta del cantante, Sasio Carannante, che saluta il pubblico esclamando “Salve, noi siamo i Queens Of The Stone Age”, una battuta divertente che vuole essere anche un omaggio ad Oliveri. La band si esibisce in 7 brani prevalentemente tratti dal nuovo album, tra le quali spicca Amore E Odio e Diamante, concludendo con Contorni E Muri (Cosa? – 2010) uno dei cavalli di battaglia della band, cantato in napoletano, caratterizzato da un ritornello ipnotico. Una performance di tutto rispetto, che non si perde in chiacchiere e va dritta al sodo, piacevole ed immediata.

Dopo pochi minuti di attesa, giusto il tempo tecnico di un rapido cambio palco, ecco entrare in scena Nick Oliveri che parte fortissimo, dando sfogo alla sua voce che quasi offusca la chitarra acustica, come se non fosse un unplugged, lo stoner è dentro di lui. Con il pubblico instaura un rapporto inizialmente timido, con un “grazie” alla fine dei primi 3 brani e niente più ma, gradualmente, il popolo napoletano lo trascina con sé, cercando di farlo sentire a casa, e lui accoglie nel migliore dei modi questo spirito, lasciandosi andare anche tra un brano e un altro, scambiando qualche battuta. La voce di Mr.Oliveri è penetrante, graffiante, coinvolgente, generando un tripudio di applausi ad ogni fine canzone, una scaletta che passa da vecchi successi dei Kyuss, come Green Machine e Love Has Passed Me By, a quelli dei Queens Of The Stone Age, come Gonna Leave You, Another Love Song e You Think I Ain’t Worth A Dollar, But I Feel Like A Millionaire, ma anche brani dei Blast e dei Dwarves, altre due band con la quale ha collaborato.

Il live risulta essere trascinante per tutta la sua durata, a metà concerto cade ogni forma di “barriera” tra l’artista e il pubblico, tanto da cedere un secondo microfono a quest’ultimo, invitandolo a cantare con lui fino a creare un rapporto di fratellanza, di amicizia, di fiducia, e la platea napoletana lo avvolge nel suo calore tipicamente folcloristico, iniziando ad “italianizzare” il suo nome e creando dei veri e propri cori per lui, inneggiandolo: “Ni-co-la! Ni-co-la!”. Oliveri sembra essere notevolmente divertito da questa iniziativa. Nick Oliveri non perde minimamente colpo fino alla fine, la sua voce non accenna ad un cedimento, realizzando una performance grintosa, passionale, nella quale non si è certo risparmiato, oltre un’ora di concerto all’insegna del rock.

Aldilà dell’esibizione più che ottima, Oliveri lascia un’immagine di sé molto umile, disponibile con tutti i fan dopo il concerto, per una foto, un autografo o una semplice chiacchierata sorseggiando una birra, con lo spirito di chi è partito dalle ceneri, da quella pura volontà di fare rock, che nasce dalla passione di creare musica, aldilà dei soldi e dei media.

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PARANOID PARK

È il Tempo, uno degli indiscussi protagonisti del nuovo ed atteso album dei Sula Ventrebianco, “Più Niente”. “Sale in sogno” ce lo presenta e descrive come un’entità cinica ed incurante. Ne abbiamo dannatamente bisogno, ma sappiamo benissimo che lui, alla fine, ci tradirà. Il Tempo e le nostre Esistenze sono strettamente intrecciati tra loro, anche se, in un certo senso, sono in perenne contrapposizione: il primo consumerà inesorabilmente le seconde, ma se non vivessimo a pieno il tempo che ci è stato concesso, rischiando anche brucianti sconfitte e cocenti delusioni, è come se non fossimo mai esistiti davvero.

La furia rabbiosa di “Sale In Sogno” ci conduce dritti verso le pulsazioni brucianti di “Diamante”, con le sue sonorità ipnotiche che spezzano il fiato. I ritmi più aggressivi, elettrici e graffianti ritornano impetuosi nel brano seguente, “Wormhole”, una canzone cruda, nella quale il cambiamento viene dipinto come una necessità esistenziale, ma anche come una maledizione. E mentre siamo rapiti da questi pensieri, ecco che, all’improvviso, i ritmi aggressivi e cattivi del brano vengono velocemente risucchiati in un buco oscuro, da cui fuoriescono sonorità nevrotiche ed inquietanti. “Wormhole” ci mostra quanto possano essere effimere le nostre certezze e le nostre convinzioni: tutto si consuma, tutto è destinato a passare, compresi noi stessi, i nostri affetti, le nostre emozioni.

È questa la portante, il concetto fondamentale attorno al quale si sviluppano le trame del nuovo album dei Sula Ventrebianco. La tensione e la frustrazione di “Wormhole”, si acquetano nella canzone successiva, “Una che non resta”. Apparentemente il brano sembra avere un intento liberatorio, ma poi ci accorgiamo che nulla è cambiato, la nostra sete è sempre la stessa. Non vorremmo più soffrire e l’idea di perdersi in tutta questa oscurità, di non farsi più trovare, sembra quasi poterci appagare (“aspetterò che il buio diventi mio amico”).

I synth e le divagazioni elettroniche di “Subutecs”, il rock più viscerale di “Merak”, ci spingono dritti nelle fauci di una cantilena morbosa, quella che apre il brano “L’Ade in te”. Una canzone che è un’aperta riflessione sul che cosa significa e cosa comporta, oggi, essere sé stessi. La Verità non fa altro che renderci fragili nei confronti del mondo esterno, veniamo additati come dei diversi e ritenuti dei poveri pazzi. È chiaro che un mondo così ti può anche ammazzare. Intanto l’atmosfera del brano si fa più surreale, sembra che ogni cosa non abbia più nessuna importanza, i contorni sfumano, è stato solo un sogno. E mentre constatiamo che i nostri affetti sono andati irrimediabilmente via con il Tempo, quella cantilena morbosa ritorna ad inghiottire ogni cosa ed a chiudere, idealmente, il cerchio stesso dell’Esistenza.

La pazzia, solo accennata nel brano precedente, diviene l’elemento attorno al quale ruotano i ritmi potenti e incalzanti di quel manicomio che è “Arkam Asylum”. Il noise rock della band napoletana ha trovato finalmente la sua folle dimora in questo folle mondo.

“Batticarne” è un brano hard rock, che sa di rivincita e liberazione. Quel sapore amaro, quella rabbia accumulata per troppo tempo, quel senso di impotenza, quel veleno sputato, lasciano il posto alla consapevolezza, non ci resta che essere noi stessi ed esternare i nostri sentimenti. È l’unico modo che conosciamo per essere vivi. È l’unica cosa che possiamo fare, anche nei momenti più negativi, anche nelle lacrime, perché la quiete e la piattezza del paradiso a noi non servono affatto, noi meritiamo molto di più. Il viaggio concettuale dei Sula Ventrebianco termina con “Amore e odio”, una canzone che sembra quasi essere il ponte verso progetti futuri. La lotta e la tensione interiori, vengono esteriorizzate: i bisogni e le necessità non appaiono più personali, ma collettivi, in un balletto tormentoso di verità e bugia, tempo ed esistenza, amore e odio, che tagliano, modellano, consumano questi blocchi di ghiaccio che rappresentano le nostre anime, rendendoli irregolari, spigolosi ed imperfetti, ma contemporaneamente unici nella loro vivida imperfezione.

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INDIE EYE

Eclettici e spudorati, i Sula Ventrebianco tornano con il loro album più bello: Più niente

Attivi sin dal 2007 i Sula Ventrebianco, oltre ad aver pubblicato alcuni album, si sono guadagnati stima e considerazione da parte di pubblico e critica. Più Niente è il loro ultimo lavoro registrato da Stefano Saggiomo e Nicola Tranquillo presso The Vessel Recording. Oltre alla consueta lineup di cinque elementi, nel disco viene introdotta una piccola sezione archi di tre elementi, che si aggiunge ai violini suonati e arrangiati da Caterina Bianco.
In linea con i precedenti lavori, i Sula Ventrebianco confezionano un lavoro ancora più “spinto” sul versante della contaminazione, mettendo insieme molti elementi, dal crossover anni novanta, passando per influenze elettroniche e dub che ricordano la scrittura più stradaiola dei Subsonica, fino a lambire i territori del rock italiano di forte identità espressiva (Timoria, Quinto Rigo).
Al di là di impressioni e riferimenti, quello che sorprende in questo album fiume che sembra non finire mai, è la solidità e l’omogeneità, capace di dissolvere citazioni e passioni in un linguaggio del tutto personale.
Anche quando ci si avvicina alle modalità di certa elettronica, tutto risulta perfettamente suonato ed “elettrico”, paradigmatico in questo senso un brano come Subutecs, dove i synth che impostano il groove assumono il ruolo delle chitarre, lasciando quindi sempre al centro l’anima rock e anthemica del progetto.
E se brani come L’ade a te e Batticarne, sicuramente tra i migliori di tutto il lotto, denunciano esplicitamente l’amore per la musica statunitense dei ’90 (grunge, hard rock, crossover) i Sula Ventrebianco riescono a re-interpretare tutte le influenze in ballo con un’intensità e un’energia davvero originale, merito anche dell’utilizzo non convenzionale dei violini, di un certo gusto da rock opera e dell’impatto orchestrale degli arrangiamenti, incluso il ruolo delle voci.
Spostando suoni e frammenti come con il gioco delle tre carte, l’arte dei Sula Ventrebianco è quella abilissima e combinatoria di chi conosce bene la materia e può permettersi di rileggerla con coraggio e un pizzico di spudorata libertà.

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INDIE PER CUI

E’ un cuore che si scioglie e poi non esiste più nulla tra gli antri di questo rock alternative d’autore che installa geometrie in costante mutamento capaci di dare vita a pulsazioni costanti involontarie per ricordarci che alla fine non rimarrà più niente di noi, in un sali scendi di parole che travalicano le attese e si fanno portatrici di un pensiero disturbante, caotico, quasi psichedelico in una concentrazione di forme oscure che prendono il sopravvento e fanno si che la band campana dia vita ad un album in grado di cogliere l’imprevedibile soffio di vento che rende necessaria la riscoperta di una bellezza da assaporare e da respirare, in una dramma che si consuma, in un eterno divenire che in manifesti musicali come Diamante, Wormhole o la stessa finale Amore e Odio ricerca una strada disseminata di tentativi per essere se stessi fino in fondo, fino alla fine, tra chitarre distorte e momenti di introspezione catartica i nostri proseguono un cammino che non sa di miracolo, ma piuttosto di sogno onirico tangibile.

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BLOW UP

Sono ancora molti in Italia a credere nel furore del noise e nella forza d’urto della musica basata sui riff chitarristici e poderosi e violenti. Trattandosi di uno schema esplorato fino alla nausea, l’importante è riuscire a non apparire scontati e saper dire qualcosa di originale. Vediamo se e come ci riescono questi tre gruppi.
Parere sospeso per i Gazebo Penguins. “Nebbia”. il loro terzo disco, mostra una band che ha perfettamente assimilato gli schemi dell’hard core e che li sa usare senza eccedere nell’enfasi fine a se stessa. Però se si percepisce l’interruzione di andare oltrea lla semplice foza bruta dei riff, che è usata con il giusto equilibrio, non si capisce con cons’altro la si sostituisca. Il sound è un poì piatto (specialmente nel cantato, totalmente privo di sfumature), non ci sono ganci melodici memorabili, nè idee particolarmente brillanti.
L’impressione è che si abbia a che fare con un disco di transizione e che i Gazebo siano alla ricerca di una vera identità stilistica(6).

Il Vuoto Elettrico giunge al secondo album con convinzione, e si appoggia sulla produzione di Xabier Iriondo per avere quel tocco in più che fa la differenza. A tratti l’hard core genuino del gruppo bresciano riesce in effetti a espandersi in spazi inediti: in Corridodio 41 c’è un intermezzo splendido fatto di gemiti e rumori che lascia il segno, in Sotto il tavolo in cucina il riff è efficace e si alterna con un break più scarno che sembra tirato via da un disco dei Minutemen.
Questi episodi però sono troppo pochi; nel complesso “TRAUM” è un poì troppo statico nei riff, e soffre di un cantato dal tono arrabiato e urlante che diventa in definitiva piuttosto stancante. (6/7)

I più bravi di questo piccolo lotto, oltre che i più originali, sono i SUla Ventrebianco. All’approdo del quarto album, il gruppo napoletano è decisamente un passo oltre l’elementarità del noise rock, e al posto dei poderosi episodi del precedente “Furente” (ma ce ne sono ancora: ad esempio L’ade a te, Arkam Asylum o la fulminea Dubhe) ora sa allestire imprendibili quadretti dall’umore cangiante (Saleninsogno), frenetiche rincorse elettriche (Wormhole), finto pop alla Afterhours (Subutecs), brillanti stacchi metal in stop & go (Merak), addirittura dolenti ballate (amore e odio). Forse appena troppo lungo, “Più niente” è il disco che mostra i Sula giunti a piena maturità.

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ROCKIT (Intervista)

Vivere senza freni, finché si può

Incontro Sasio e Giuseppe dei Sula Ventrebianco (rispettivamente voce principale e chitarra e chitarra e cori) in un bar di San Martino, zona collinare di Napoli da cui è possibile avere uno sguardo su buona parte della città, e sul Vesuvio. “Più Niente” è il loro ultimo disco, in uscita il 10 marzo per Ikebana Records e i ragazzi si dicono molto soddisfatti del risultato ottenuto. È stato sorprendente come solo parlando di un disco siano venuti fuori Batman, Mel Gibson e statue di ghiaccio giganti.

Com’è stato il lavoro in studio per questo disco? Siete arrivati con le idee già definite o le avete affinate in studio affiancati da un produttore?
Giuseppe: Come in tutti i nostri lavori precedenti non abbiamo avuto un produttore artistico che ci aiutasse con l’arrangiamento dei brani: abbiamo fatto tutto da noi. La differenza rispetto al passato, ad esempio a quanto accaduto con “Furente”, è stata, però, che abbiamo avuto molto più tempo per lavorare sulle canzoni. Con “Furente”, infatti, ci siamo ritrovati a chiudere tutti i brani in poco più di due mesi, dal momento che il tour del disco ancora precedente (“Via la faccia”) si era protratto molto a lungo. Stavolta, invece, abbiamo iniziato a lavorare ai brani a febbraio 2016, e il lavoro in sala è durato fino a fine settembre. Questo per dirti che questo tempo in più passato in sala a provare è stato fondamentale per arrivare in studio con tutte le idee di canzoni già ben definite.

È ormai arcinoto che ha messo mano al vostro disco Alberto Ferrari, mixandolo. Com’è nato il contatto?
Giuseppe: Il contatto con Alberto è stato la Fleisch Agency, l’ufficio stampa che cura sia noi che loro. Già in passato i Verdena avevano ascoltato le nostre produzioni e la stessa cosa è successa anche con “Più Niente”. Anche questa volta Alberto ha avuto i provini dei nostri brani e ne è rimasto molto positivamente colpito. A questo punto c’è stata la proposta da parte nostra di lavorare con noi ai mix del disco.

Com’è stato lavorare con lui?
Giuseppe: Molto stimolante. Abbiamo trovato in lui una persona grandiosa sia sotto il punto di vista umano che professionale. Quando siamo arrivati in studio conosceva già alla perfezione non solo i brani ma anche le diverse versioni che avevamo di ognuno, tutte le sfumature, segno che era già entrato con la testa nel nostro lavoro; in più c’è stato un dialogo molto diretto sul disco, sul colore che gli si voleva dare e anche su qualche dettaglio stilistico, in poche parole ci ha fatto sentire molto a nostro agio. La cosa che però forse ci ha colpito di più è stata che essendo stato il mix fatto a distanza, ci inviavamo le canzoni tramite WeTransfer e per noi i mix erano pronti già alla prima. Era anzi lui a voler migliorare e approfondire il lavoro su ogni canzone. E ciò mi ha fatto capire il mood della situazione.

E cosa avete imparato da questa collaborazione?
Giuseppe: Diciamo che più che aver imparato qualcosa, siamo rimasti colpiti dal suo spirito e dall’atmosfera che si respira in casa Ferrari. Per dirti, quando siamo arrivati per la prima volta in studio da lui, stava suonando all’impazzata con suo fratello Luca, cosa che ci ha fatto subito entrare nel giusto mood e che ci ha fatto capire con chi avessimo a che fare.

Chi di voi scrive i brani e come nascono abitualmente? C’è un’idea generale che viene sviluppata insieme o il lavoro è individuale?
Giuseppe: Premettiamo che abbiamo sempre lavorato in maniera molto istintiva e seguendo diverse modalità di lavoro. Di base, comunque, Sasio porta in sala un riff o comunque una linea musicale con una melodia vocale che quasi mai ha un testo già definito. Utilizza per lo più un fake english che però possa dare un’idea, un suono giusto. Successivamente queste idee prendono forma insieme in sala con l’intervento di tutti noi. Altre volte, invece, come è stato ad esempio per Batticarne in questo disco, i brani nascono direttamente jammando. Quello che non è mai successo è che scrivessimo qualcosa a tavolino, non appartiene al nostro approccio alla musica, un comandamento non scritto di noi Sula.

Doveste descriverlo a qualcuno, di cosa direste che parla “Più Niente”?
Sasio: Contrariamente a quanto può sembrare, “Più Niente” non ha nulla a che vedere con qualcosa di distruttivo, col fatto che non ci sia più niente da fare, con l’arrendersi. In realtà è giusto l’opposto. Con questo disco vogliamo dire che siamo ancora pronti a godere di tutto ciò che abbiamo davanti finché possiamo e che vogliamo amare tutti coloro che ci amano finché sono presenti nelle nostre vite. Ci è piaciuto molto, in questo senso, usare il ghiaccio come metafora. Il ghiaccio è l’elemento perfetto donatoci da madre natura per farci capire che esso, come tutto ciò che abbiamo, cambia forma, che ogni cosa, se non ce ne si prende cura, può deteriorarsi, venire a mancare. È quindi, come ti ho spiegato prima, un invito a vivere ciò che ci circonda senza freni, finché ce ne è data la possibilità.
Giuseppe: Questo disco ha visto crearsi vari collegamenti anche un po’ casuali che ci hanno poi portato a scegliere un titolo che avesse a che fare con tutti questi. Inizio col dire che il lavoro sul disco è cominciato con “Diamante e Amore” e “Odio”, brano, quest’ultimo, che contiene una frase che piace molto a tutti noi: “su di un grande cuore spietato come un ghiaccio”. Pensando all’idea di ghiaccio, di cuore, di luogo in cui ci si sente al sicuro, ci è venuta naturale in testa, come ha detto Sasio, l’immagine di qualcosa di cui si deve avere cura dal momento che tutto, in un modo o nell’altro, si usura e prima o poi svanisce. Non rimane più niente. Successivamente abbiamo avuto un incontro con un artista che era nostro fan Domenico Mazzella di Regnella e, conoscendolo meglio, abbiamo scoperto come lavorasse il ghiaccio e come con lo zio Amelio realizzasse vere e proprie sculture. Sono stati proprio loro a realizzare la statua raffigurata sulla copertina di “Più Niente”, statua che esiste e posso garantire sia enorme, è più alta di due metri! In ogni modo, abbiamo ragionato sul fatto che anche questa è un’arte del momento: se non si ha modo di conservare questi lavori e di prendersene cura, ovviamente, si dissolvono in poco tempo. Tutto ciò si ricollega anche al discorso dell’analogico, metodo di registrazione su bobine a nastro che abbiamo utilizzato per la realizzazione del disco. Anche in questo caso, è stata ricorrente la situazione precedentemente descritta, della particolare cura in più che bisogna avere nelle registrazioni di questo tipo, rispetto a quelle fatte in digitale. Preso atto di tutte queste situazioni che richiamavano il concetto di cura, in contrapposizione allo svanire di qualcosa, abbiamo scelto come titolo “Più Niente”.

Tra tutte le canzoni, ce ne sono alcune che mi hanno incuriosito più di altre. Partiamo da “Arkam Asylum”, parlamene un po’: da dove hai tratto l’ispirazione e di cosa ci parli?
Sasio: Con questo brano ho voluto raccontare la rivolta di un “pazzo” rinchiuso ad Arkam Asylum (il manicomio di Gotham City, la città di Batman ndr). Sono partito dal fatto che non ci può essere una univocità nello stabilire chi è pazzo o meno. Nella pratica, chi è che lo dice? Noi? La società? Il luogo comune? E da cosa dipende e quali sono i fattori che rendono qualcuno pazzo agli occhi degli altri? Da qui ho deciso di far esplodere questo pazzo, che si rivolta, fa un casino infernale, salta e balla sulla testa di tutti e che, stanco di queste etichettature, dichiara urlando a tutti di essere l’essere più normale dell’universo.

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CRUNCHED

Signori e signore, siamo qui riuniti oggi per raccontare e recensire “Più niente”, il nuovo lavoro in studio dei Sula Ventrebianco, in uscita per Ikebana Records il 10 marzo.
Chi sono i Sula Ventrebianco? Gruppo che suona insieme dal 2007, sulla loro bio si definiscono come una nonna tutta rughe e gobba, abiti sudici e fiatone, che ti insegue con in mano strani oggetti, per cancellarti quel ghigno che hai sulla faccia. Redenta, ritorna a riempire i tuoi pomeriggi di favole e torte di mele.

Sula Ventrebianco sembra anche il nome di un supereroe dall’aspetto animalesco, un lupo gigantesco dal ventre candido che corre per le montagne innevate.
Ma sto già divagando.

10 anni di attività musicale che li ha portati a trovare la propria forma, smussandosi un pezzo alla volta. “Più niente” è il quarto disco del gruppo, dalla particolare incisione su nastro come ai vecchi tempi. Ascoltandolo, se devo essere sincera, si sente chiaramente che i Sula hanno inciso i pezzi che volevano incidere esattamente come volevano inciderli, testardi e veloci come un treno, interpretando un rock rapido e pesante, con la batteria che non perdona, il basso che fa sanguinare le dita, la voce incazzata e la chitarra che distorce la realtà creando migliaia di spirali sonore.

Il titolo dell’album è l’esatto contrario del suo contenuto: “Più niente” è un disco tutt’altro che vuoto, è ricolmo di vita e di storie, ricolmo di rabbia e strano romanticismo, sborda suoni ovunque, non si contiene, corre come una cascata inarrestabile.
15 pezzi in tutto per un album completo e cesellato da mani esperte.

Provate a trovare qualcuno che in Italia, nel 2017, riesca a mischiare gran parte dei vari generi che possono essere contenuti nel rock alternativo (passatemi il termine) per tirarne fuori un lavoro maturo e consapevole, eppure pienamente fresco e godibile.

In certi momenti sembra di ascoltare i Verdena (nel missaggio c’è lo zampino di Alberto Ferrari e della sua HenHouse), in altri i Sonic Youth, in altri ancora altri gruppi per ogni decade di musica rock e alternativa, ma il risultato finale spicca per peculiarità.

I Sula Ventrebianco possono essere annoverati fra quei musicisti italiani che hanno piantato le tende nel mondo della musica e non le toglieranno tanto facilmente, si spera.
E allora via, non rimane che consigliarvi di togliere i vostri freni, lasciate che i Sula Ventrebianco vi divorino l’appetito musicale, lasciatevi sedurre le orecchie dai loro riff sfrenati.

“Più niente” è la dimostrazione che di musica italiana, nel 2017, si può godere.

Da ascoltare: Wormhole, Subutecs, Diamante.

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INDIE-ROCCIA

PROTAGONISTI: Sasio Carannante (voce e chitarra), Giuseppe Cataldo (chitarra, seconda voce, synth), Mirko Grande (basso, cori), Aldo Canditone (batteria). All’occorrenza ai quattro si unisce la violinista Caterina Bianco.

SEGNI PARTICOLARI: Più Niente (Ikebana Records/Goodfellas) è il quarto disco in studio dei Sula Ventrebianco, vede la luce a distanza di tre anni da Furente (anch’esso edito dalla stessa label napoletana). A supporto del quintetto partenopeo un nome che non ha bisogno di alcuna presentazione, Alberto Ferrari dei Verdena che ha curato il missaggio del disco e del quale si percepisce l’influenza

INGREDIENTI: il disco parte con Yellowstone, un brano che interseca, in un minuto o poco più, fischiettii, vocalizzi e chitarre, un intro piacevole e allietante. È questo il primo passo verso un album fatto di brani versatili che si muove tra chitarre forti in salsa stoner (come Arkam Asylum e Dubhe che richiamano in parte i Queens Of The Stone Age di Era Vulgaris) e movenze sempre rockeggianti ed energiche ma tendenti più all’orecchiabilità (come Sale In Sogno, Subutecs o Merak). La poliedricità di cui si parla riguarda anche brani come Diamante (da cui sorge spontaneo il parallelismo con la fase più recente dei Kings Of Leon) in cui effetti di chitarre e sintetizzatori si intrecciano su una base di puro sentimentalismo, o ancora Una Che Non Resta e Resti che attraggono per la forza emotiva che investe chi ascolta grazie all’eleganza e alla bellezza non solo dei suoni ma anche dei testi altamente poetici e riflessivi

DENSITÀ DI QUALITÀ: Più Niente è la quarta stella in cui ci imbattiamo nella galassia Sula Ventrebianco, anche questa affascinante e suadente come le prime tre. Dacchè i Sula sono sulle scene, quindi nel corso degli ultimi dieci anni circa, hanno fatto il possibile per subentrare nella “hall of fame” delle band italiane, quelle che lasciano il segno (anche se ad una nicchia all’inizio, come spesso capita). Ad oggi si può dire che non si son voluti spostare tanto dal punto di partenza, da quello stile che prevedeva, e prevede tutt’oggi per l’appunto, l’alternanza tra il sound alla Queens Of The Stone Age (paragone di tutto merito) e quello che verte, se pur a tratti, verso un cantautorato inaspettato e ben fatto e che li descrive come una band con notevoli capacità. Il loro percorso è simile a quello di tanti altri gruppi che, tra sacrificio e voglia di fare, sono riusciti a raggiungere livelli abbastanza alti e soddisfazioni varie e dovute. E sono certo, qui lo dico e qui lo nego, che di loro si sentirà parlare ancora tanto

VELOCITÀ: altalenante, tendenzialmente veloce e spasmodica ma con, di riflesso, ritmi lenti e rilassanti

IL TESTO: “Lì nel porto c’è la nostra nave bianca che è tanto amica del vento che ci asciugherà addosso l’umido di quelle notti piene di quei momenti. In fondo non è vero che io non amo mai. Gli uomini come me dormono spesso e non pregano mai quando intorno è leggero ma impererò a non sentirmi un gigante e a stare attento a non schiacciare niente”, da Resti

LA DICHIARAZIONE: “Contrariamente a quanto può sembrare, Più Niente non ha nulla a che vedere con qualcosa di distruttivo, col fatto che non ci sia più niente da fare, con l’arrendersi. In realtà è giusto l’opposto. Con questo disco vogliamo dire che siamo ancora pronti a godere di tutto ciò che abbiamo davanti finchè possiamo e che vogliamo amare tutti coloro che ci amano finchè sono presenti nelle nostre vite. Ci è piaciuto molto, in questo senso, usare il ghiaccio come metafora. Il ghiaccio è l’elemento perfetto donatoci da madre natura cambia forma e può deteriorarsi. È quindi un invito a vivere senza freni finchè ce ne viene data la possibilità”, da un’intervista tratta da Rock.It

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MUSIC COAST TO COAST

Un grande cuore spietato come il ghiaccio.

Esce il 10 marzo per Ikebana Records, Più niente, il nuovo album dei Sula Ventrebianco, un disco che parla dell’importanza del prendersi cura delle cose, di quelle cose che mutano in fretta, come il ghiaccio, che può cambiare forma in una frazione di secondo, fino a sciogliersi completamente, fino a non esserci più niente. Un’ album più libero e veloce rispetto al passato, una base irrequieta e un liet motiv fatto di un sano vaffanculo. L’assenza di democrazia nei sentimenti, è questo quello che piace dei Sula. Un progetto di 16 tracce in cui la band campana si avvale del missaggio di Alberto Ferrari (casa Verdena) e dei violini di Caterina Bianco, che si assaporano a pieno con l’intimità corale e la delicatezza quasi solenne di Amore e Odio, una delle tracce più significative dell’album, la miglior chiusura che si potesse scegliere.

Con Wormhole ci si trova con un rockkettone sfacciato e irriverente ad interrogarsi davanti allo specchio, Una che non resta è una marcetta scanzonata, per poi incappare in ritornello di chitarre incisive. Arrangiamenti più spiccatamente garage rock con Subutecs, mentre synth gotici e cattivissimi ci accompagnano a Gotham city: siamo all’Arkam Asylum e chi può dire che i pazzi siano pazzi davvero?

Voglia di mettersi in discussione, non arrendersi, provare a non distruggere “imparare a sentirsi un gigante e a non schiacciare nulla” (Resti) ribadiscono il messaggio del disco, mentre gli intermezzi, Merak e Dubhe, sottolineano, nel caso in questi 10 anni fosse sfuggito a qualcuno, l’abilità strumentale del gruppo.

In una recente intervista, di fronte al dilagare di un cantautorato italiano sempre più patinato, i quattro parlano del rock come un vulcano che dorme. Come non essere d’accordo. Non me ne vogliano gli acclamati nuovi cantautori con i loro carinissimi maglioni anni 80’, ma l’inquietudine, l’amore che riesce a trasmettere un riffettone è difficilmente riproducibile con altro.

Mi piace pensare al rock come al muschio, in quel bosco che è la musica: attecchisce sempre e comunque, ha innumerevoli modi per riprodursi, e indica la direzione. Insomma, meno male che c’è il rock. Meno male che ci sono ancora i Sula.

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BACKSTREETS OF BUSCADERO

Giunti al quarto album dopo la buona prova del precedente Furente, i Sula Ventrebianco si confermano una band con più d’una freccia al proprio arco anche in questo nuovo Più Niente. Non che la band partenopea si possa dire in tutto e per tutto originale, però è abilissima a posizionare la propria musica ad un crocevia d’influenze che li potrebbe far risultare interessanti per diversi tipi d’ascoltatori. Volendo fare una sintesi brutale, quello che fanno è un alt-rock in italiano potente e chitarristico, con le radici saldamente piantate negli anni ’90. Detta così, forse, nulla di troppo interessante, ma ecco che proprio qui, entrando più nel dettaglio, si fanno avanti i motivi d’interesse. Salvatore Carannante (voce e chitarre), Giuseppe Cataldo (chitarre, cori, synth), Mirko Grande (basso, cori), Aldo Canditone (batteria, cori) e Caterina Bianco (violini) sanno come scrivere canzoni che non lasciano indifferenti. Non si limitano a sprigionare energia e potenza chitarristica, ma sanno bene come rendere i vari brani interessanti attraverso variazioni e finezze di scrittura, arrivando a lambire il pop, così come qualche passaggio cantautorale. Il suono è distorto e aggressivo, ma è anche colmo di eleganti sfumature, così come le atmosfere dell’album, le quali oscillano tra sprazzi di quiete, infiltrazioni cameristiche, furiose esplosioni rock. La trama aggressiva di Saleinsogno è stemperata da un bel gusto pop; Diamante, Una Che Non Resta, Resti e la conclusiva, bellissima Amore e Odio sono tutte ballate che alla solidità della scrittura associano un deciso vigore elettrico; Arkam Asylum s’impegola in arzigogolature al confine col prog, laddove Subutecs è una fulminante pillola power pop, Metionina una rock song dal classicissimo tiro, con Arva a seguirla col piede pigiato sul pedale dell’hard. L’ottima registrazione su nastro dà a tutto l’album un suono caldo ed organico, perfetto per godersi la grana delle chitarre, la presenza vocale di un Carannante in gran spolvero, i synth che impreziosiscono il finale di Wormhole o gli archi che rendono carezzevole L’Ade a Te e che danno un tocco melodrammatico ad Attraverso. A tutto il resto ci pensa il missaggio dell’anima affine Alberto Ferrari dei Verdena e la masterizzazione, al solito iper professionale, di Giovanni Versari.

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TRACKS

Più niente è il nuovo album dei Sula Ventrebianco, pubblicato da Ikebana Records. La band sceglie un suono saturo inciso su nastro, mezzo tanto caro anche al nuovo compagno di viaggio della band: Alberto Ferrari. Il leader dei Verdena, infatti, è protagonista dell’accurato missaggio dei brani finalizzati poi dalle abili mani di Giovanni Versari, maestro del mastering già al lavoro con mostri sacri come i Muse.

Così i Sula descrivono l’esperienza che ha generato il nuovo lavoro: “Registrare su nastro è così: sapersi riassumere in 24 tracce, sentire il fruscio, qualche errore. Tutto quello che si “salva” è lì impresso e quando passi il brano su due tracce sai che sta nascendo qualche cosa di irripetibile, come uno scatto su pellicola. E se ci sono alcune imperfezioni impari ad amarle, perché sono quelle che rendono il disco speciale. Anche il ghiaccio è così, una sorta di perfezione imperfetta, mai simile a null’altro, mai simile a sé stesso.”

Sula Ventrebianco traccia per traccia

Dopo l’introduzione di Yellowstone, ecco Saleinsogno, rock con qualche tinta quasi pop ma anche con sonorità aggressive e voce filtrata. Si parte da lontano per arrivare al cuore di Diamante, pezzo che vibra e nel quale le influenze di Ferrari e della band di riferimento (pur su un gruppo importante e di lungo corso come i Sula) emergono in maniera concreta.

Al contrario, Wormhole corre velocemente e si colloca in un contesto molto più internazionale, anche piuttosto anni Novanta, con aggressività sparsa su tutto il pezzo. Una che non resta comincia da toni contenuti e poi cresce piano piano, in un trionfo elettrico insieme moderno per la concezione corale e antico per l’assolo di chitarra.

Subutecs fa riemergere il lato pop con coretti e un atteggiamento complessivo piuttosto easy, una volta che si filtra attraverso le muraglie elettrificate. Merak parte proprio dalla sei corde, che si prende la scena con una prepotenza quasi metal. L’ade a te è un pezzo curioso, massimalista e con un testo curiosamente nostalgico di “quando il rock era rock”, anche se in modo talmente paradossale da sembrare parodistico.

Arkam Asylum è il pezzo (con riferimenti a Batman) che del manicomio copia i ritmi concitati, introducendo però anche qualche variabile curiosa, quasi progressive, nella coda. Metionina decide per ritmi un po’ più contenuti, con qualche spunto blues nel discorso. Attraverso torna a picchiare forte, mentre Resti opta per soluzioni melodiche molto tradizionali, soprattutto nel cantato.

Altro intermezzo con Dubhe, seguito da Arva, veemente tempesta in cui è il drumming a mitragliare e a prendere possesso della scena. Evoluzioni stravaganti, quasi orchestrali, nascono dalle durezze di Batticarne. Si chiude con i dualismi di Amore e odio, canzone dai toni lirici e molto intensi, con un cantato insolitamente netto.

I Sula Ventrebianco pubblicano un disco dai connotati aggressivi e tirati, in cui la personalità della band emerge forse soprattutto dalle piccole cose. Questo si traduce in canzoni che riescono a sorprendere pur utilizzando canovacci tradizionali.

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ROCKOL

“Più niente” è il nuovo album dei Sula Ventrebianco. E0 il quarto lavoro della band partenopea; è stato registrato completamente in analogico e il missaggio è stato curato da Alberto Ferrari, leader dei Verdena, e il mastering da Giovanni Versari (celebri le sue collaborazioni con il Teatro degli Orrori e i Muse). Conoscendo le ultime due affermazioni prima di ascoltare l’album, le aspettative sulla qualità dei suoni si alzerebbero di molto. Se poi a questo si aggiunge anche che è un album emotivo, introspettivo, ma che allo stesso tempo riflette sulla qualità della vita umana, si alzerebbero le aspettative anche sul livello dei testi. De gustibus non disputandum est, su questo non ci piove… Ma in questo caso specifico le aspettative difficilmente potrebbero essere deluse.

“Ho visto ballare l’amore con l’odio, su di un grande cuore spietato come il ghiaccio”, così inizia “Amore e odio”, la traccia che chiude l’album. E da qui il collegamento: il ghiaccio cambia forma; ogni pezzo non è uguale agli altri né a se stesso. Allo stesso modo, nella vita tutto si trasforma, fino a deteriorarsi. Anche l’amore e tutti i sentimenti.

“Più niente” è, quindi, quello che resta della vita e degli affetti con lo scorrere del tempo; è un processo naturale, necessario, inesorabile, a cui non c’è rimedio. E proprio questo è il concept attorno cui ruota tutto l’album. Nessuno vivrà in eterno, e sarebbe bene che ognuno sapesse dare il giusto valore al suo tempo. “Più niente” è anche un invito, quindi, a vivere senza freni, finchè si può, e ad amare chi ci ama, finchè c’è. ”Ade a te” ci dice proprio questo: siamo soggetti al tempo e destinati alla morte, quindi tanto vale rendere ogni giorno prezioso. La spietatezza del tempo che corre non dovrebbe neanche distrarci da chi siamo davvero: mai rinnegare se stessi.

Questo è il tema affrontato in “Arkam Asylum”, che parla letteralmente di un uomo ritenuto pazzo, rinchiuso in un manicomio e che invita tutti a riflettere sull’essere normali: chi stabilisce cos’è la normalità? Esiste un’unità di misura per la normalità? Allo stesso modo, l’avanzare del tempo non deve neanche farci dimenticare che, in quanto esseri umani, nessuno è puro, né immune da colpe: non si può fuggire da se stessi e, prima o poi, arriva per tutti il momento di fare i conti con la realtà e soprattutto con i propri errori.

Sedici sono i brani che compongono l’album, di cui tre strumentali (“Yellowstone”, “Merak” e “Dubhe”). Ci sono tracce di stampo alternative rock, stile Il Teatro Degli Orrori, per comprenderci, brani tendenti all’hard rock, tra cui “Wormhole”, “Metionina”, e allo stoner rock, come “L’ade a te”e “Arkam Asylum”; non mancano tocchi di grunge in “Subutecs” e “Merak”.

“Più niente” è un album che guarda in faccia la vita, con i suoi problemi, i suoi ostacoli, i suoi limiti. Ci sono sincerità, verità, riflessioni; ci sono le distorsioni, c’è l’anima rock dei Sula Ventrebianco. Ci sono tutti gli ingredienti necessari per un buon album… Non serve “più niente”.

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ROCKIT

La copertina di “Più niente” ci dice molto sul quarto album dei Sula Ventrebianco; quel cuore di ghiaccio non solo ne incarna il concept, ma è il simulacro di un lavoro massiccio, imponente e ambizioso come solo un album di sedici tracce guitar-oriented nel 2017 può essere, complesso come un cuore anatomico ma insieme trasparente.
Ascoltato di fila, restituisce la coerenza di un blocco unico e i riflessi cangianti e imprevedibili di una superficie cristallina irregolare: strizzate d’occhio ironiche al rock radiofonico, tirate garage-synth, mini strumentali stoner, riffing e ritmi muscolari che giocano a rincorrersi con melodie contagiose, canzoni tenere, riflessive o ruffiane che, scimmiottando la rock ballad classica, creano qualcosa che può farne le veci mentre il mondo (a ragione?) celebra i funerali del rock. È una celebrazione eretica del culto della musica pesante, una liturgia post-stoner che attraverso un approccio adogmatico alla melodia dà vita a una personalissima forma-canzone.

Niente di diverso da quello a cui ci hanno abituato i quattro napoletani, soprattutto con l’ultimo “Furente”, ma qui il loro discorso raggiunge la maturità espressiva, presentando in forma più compiuta ciò che prima era accennato: più sintetizzatori, maggior peso alle tastiere e un quartetto d’archi che si aggiunge al violino; la tavolozza degli arrangiamenti si arricchisce di sfumature nuove e una nuova tridimensionalità, mentre un’alchimia delicata fra i momenti più melodrammatici e quelli scanzonati, tra i riff più ricercati e l’anima pestona, protegge dal rischio di strafare con le pomposità o di annoiare con la lunghezza. Anche perché l’ultima tranche di pezzi è un crescendo di perle che culmina con “Amore e odio”, uno dei picchi di pathos del lavoro e una sorta di title-track spuria che conclude il disco racchiudendone il senso: cose, persone, affetti, tutto è condannato a un ineluttabile processo di consunzione. Un destino cosmico visto attraverso gli occhi di Sasio Carannante, occhi che osservano gli anni correre e i rimpianti accumularsi insieme a passi e cicatrici, restituendoli in forma immaginifica ma con un’inedita chiarezza. Restituiscono però anche un’immagine delle cose a cui vale la pena stringersi prima che tutto finisca: la musica, se stessi (”Da oggi sarò sempre qui con me”), la figlia a cui è dedicata “Resti” (”lo sai non m’importerà se sarai troppo fragile/lo sai prima di morire dovrò amarti sempre”).

È difficile inquadrare i Sula Ventrebianco nel panorama musicale contemporaneo. Eppure loro sono qui, con canzoni che rivendicano sfacciatamente un’appartenenza rock d’altri tempi ma suonano fresche come poche cose in questo genere. Dovendo fare un accostamento, viene naturale pensare ai Verdena di “Endkandenz”; non a caso, i nastri di “Più niente”, registrato in orgoglioso analogico, sono passati dall’Hen House Studio per il missaggio a cura di Alberto Ferrari. Altri paragoni sono superflui, i Sula Ventrebianco sono ad oggi una band particolare e che al quarto album dimostra di avere ancora cose da dire e lo stile per farlo, forse meglio di quando all’urgenza espressiva si affiancava la spontaneità degli esordi. Potrebbero anche continuare a migliorare, nel dubbio o nell’attesa questo è un ottimo momento per conoscere il loro mondo e uno pessimo per abbandonarlo se già lo conoscete.

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CHEAPSOUND

I Sula Ventrebianco, premiati come gruppo rivelazione italiano nel 2013 con il loro primo album Via la Faccia continuano il percorso musicale con l’uscita del loro terzo album Più Niente.

Il rock in Italia da molti anni a questa parte non è particolarmente preso in considerazione ma loro, grazie alla loro ottima tecnica, si sono da subito fatti riconoscere per il loro rock energico. Una particolarità di quest’album è che è stato registrato in analogico e il mixaggio è stato fatto da Alberto Ferrari, cantante dei Verdena.

Al primo ascolto la prima cosa che subito mi affascina è il ritorno del riff della chitarra del quale, un elemento che nella musica, sia italiana che internazionale, si erano un po’ perse le tracce.

L’album inizia con il pezzo intro “Yellowstone”, un minuto di chitarre decise e pulite che fanno da preludio al secondo pezzo “Sale in Sogno” dove sale in cattedra la batteria con la sua grancassa che scandisce moto bene il ritmo dando la giusta energia e carica al pezzo.

Cala poi il ritmo dell’album con “Diamante”, un pezzo in cui il gruppo napoletano prende l’elemento del diamante per spiegarci come in questo mondo l’apparenza è un principio fondamentale per farci largo in questo mondo “spietato”, all’interno del quale dobbiamo sempre fare i conti con la solitudine e i sensi di colpa, proprio come il diamante, pietra magnifica all’apparenza ma con un’anima pervasa dalla delusione e dall’amarezza delle persone che la ricercano.

L’album riprende il corso con “Warmhole”, una canzone “cattiva” con il  connubio synth – batteria – chitarra nella parte finale della canzone che dà quello stile heavy metal al pezzo e continua con “Una Che Non Resta”, dove il riff finale di chitarra mi fa venire una grande nostalgia del rock con cui sono cresciuto. Cambiano gli schemi con “Subutecs”, “Murek” e dopo con “Dubhe”, tre piccoli pezzi, il primo molto attuale per l’effetto della voce distorta e la chitarra anch’essa distorta, il secondo e il terzo molto stile Black Keys, con la coppia chitarra e batteria che viaggiano sullo stesso binario con un ritmo incalzante.

“Ade a Te” è un “ossimoro musicale”, una canzone con una base musicale senza freni, che voglia quasi scoppiare e uscire di gran carriera dalle casse ma il significato è completamente il contrario: «non dire mai ciò che pensi» perché in questa società essere diversi non va molto di moda e ci sentiamo come leoni in gabbia; con “Arkam Asylum” succede esattamente il contrario: una canzone schizofrenica musicalmente con la voce più cattiva che narra proprio di un pazzo che si ribella nel manicomio di Gotham City saltando sulle teste degli altri e gridando di essere il più normale di tutti là dentro.

L’album riprende il suo binario originale (“Metionina”, “Attraverso”, “Resti” e “Arve”) con il resto delle tracce ma in una canzone in particolare,  “Batticarne”,  si sente la mano nel mix di Ferrari in cui si avverte pregnante l’influenza artistica e stilistica dei Verdena.

Per essere un album rock ci deve essere una ballata e il gruppo napoletano non delude le aspettative con il pezzo “Amore e Odio”, ultima traccia dell’album, ed è proprio la canzone che prende in pieno tutta la filosofia del gruppo in unica frase: «su di un grande cuore spietato come il ghiaccio» proprio come raffigurato sulla cover.

Più niente è un disco particolarmente corposo ed irrequieto: da non tralasciare come aspetto il metodo analogico di registrazione nel quale viene messa di più in risalto la tecnica e l’accuratezza dei particolari.

In un periodo in cui tutto il rock in Italia sembra essere succube di pochi e fragili modelli, dico solo lunga vita al rock e più album così.

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LOST HIGHWAYS

Quarto album per Sula Ventrebianco, la band partenopea che con Più Niente mette un altro tassello importante in una discografia già incredibilmente consistente.
Un nuovo capitolo che, attraverso 16 tracce, mette in luce la continua ricerca del gruppo verso produzioni che amplifichino l’orizzonte compositivo e tecnico. Il suono, infatti, è unico, anacronistico e saturo perché inciso interamente su nastro, con l’aiuto di Alberto Ferrari, leader dei Verdena che ha curato il missaggio dei brani, poi finalizzati al mastering da Giovanni Versari.
Registrare su nastro è così: sapersi riassumere in 24 tracce, sentire il fruscio, qualche errore. Tutto quello che si “salva” è lì impresso e quando passi il brano su due tracce sai che sta nascendo qualche cosa di irripetibile, come uno scatto su pellicola. E se ci sono alcune imperfezioni impari ad amarle, perché sono quelle che rendono il disco speciale. Anche il ghiaccio è così, una sorta di perfezione imperfetta, mai simile a null’altro, mai simile a sé stesso”: così i Sula descrivono l’esperienza che ha generato il nuovo lavoro.
Un disco, quindi, che racconta l’inesorabile scorrere del tempo, che porta con sé la trasformazione della vita e degli affetti che le danno forma e senso. Anche un invito a saper accettare i difetti che rendono speciali e a non rincorrere perfezioni che troppo spesso non sono che illusorie.
L’album si compone di tracce alternative rock come Wormhole e Metionina. Una che non restasuona come una marcia, mentre Arkam Asylum, che prende il titolo dal famoso penitenziario di Gotham City, echeggia di synth molto lugubri in piena atmosfera gotic graphic novel. Si passa al grunge di Subutecs e ai tre brani totalmente strumentali YellowstoneMerak e Dubhe che servono anche a ricordarci quanto siano dannatamente bravi. Si chiude con Amore e Odio, la canzone che più di tutte restituisce il senso dell’intero lavoro.

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EROICA FENICE

La prima volta che si ascoltano i Sula Ventrebianco (qui per il sito ufficiale) si resta alquanto sbigottiti. Per chi è cresciuto a suon di Metallica e Pantera, sembra impensabile che, nel panorama musicale napoletano indipendente così legato al rinnovamento di suoni e temi tipici della tradizione, possa esserci un gruppo del genere. Un gruppo così potente, così rock. Un rock così hard e alternative da rendere i Sula una realtà eccezionale e unica sia nel panorama musicale regionale che in quello nazionale.
Lo scorso 10 marzo, a suggellare i loro dieci anni di attività, hanno pubblicato il loro quarto lavoro discografico “Più Niente” (cliccare qui per lo streaming). Il disco, che rinnova la collaborazione con la Ikebana Records, è uscito tre anni dopo il loro ultimo lavoro, “Furente”; e vanta nel suo “making of” esponenti illustri come Alberto Ferrari (Verdena), che ne ha curato i mix.

Sula, l’album

L’album, contenente sedici tracce, è stato completamente registrato in analogico. Si apre con una breve strumentale “fischiettata” di un minuto, Yellow Stone, che anticipa i ritmi entusiastici e trascinanti di Saleinsogno. La terza traccia è Diamante, dove le chitarre elettriche cedono la scena ai synth e al violino di Caterina Bianco nella realizzazione di un suggestivo brano d’amore. I ritmi, però, ritornano di nuovo a essere serrati e sostenuti con Wormhole, un tormentato esame di coscienza costellato di paranoie e ansie. Seguono musicalità più distese con Una che non resta, una piacevole rock ballad d’amore. Neanche il tempo di riprendere fiato che i Sula riprendono a martellare, questa volta con Subutecs. Arriviamo dunque alla settima traccia, Merak, una strumentale di quasi due minuti. È il punto di svolta e rottura dell’intero album che segna la fine della prima parte, caratterizzata dall’alternanza di sonorità potenti e frenetiche ed altre più distese, e l’inizio della seconda parte maggiormente rabbiosa e introspettiva. Seguono in ordine L’Ade a teArkam AsylumMetionina e Attraverso. Dei veri e propri sfoghi emotivi volti a liberarsi da ansie e paranoie, fuggendo da una dimensione claustrofobica e oppressiva; per spingersi sempre oltre e ritrovare la tanto agognata serenità. La frenesia di questi tre pezzi si interrompe con Resti, la dodicesima traccia interamente scritta dal cantante, Sasio Carannante, per suo figlio. Un inno di speranza e fiducia, una promessa di impegno verso una piccola creatura: “imparerò a sentirmi un gigante e a stare attento a non schiacciare niente”.
Prima della fine, i Sula ci regalano un’altra impetuosa scarica di adrenalina con Dubhe, strumentale di un minuto e mezzo, Arva e Batticarne; quest’ultimo brano inizia con il cigolio di una betoniera. Fine di tutto è Amore e Odio, una ballad su due entità così diverse ma allo stesso tempo cosi strettamente necessarie l’una per l’altra.

Sula e Più Niente, considerazioni

Sula Ventrebianco si dimostrano ancora una volta una band validissima, di uno spessore enorme. “Più Niente” è l’ennesima prova di un gruppo che, con impegno e dedizione, continua nella sua ricerca sonora e lirica, evolvendo il suo stile ma non snaturandolo mai. Vi invitiamo ad ascoltare più e più volte questo album perché, se a un primo ascolto potrebbe non lasciarvi nulla, al secondo potrebbe rapirvi e spingervi ad ascoltarlo sempre più attentamente per addentrarvi sempre più nelle sue diverse interpretazioni. Ancora una volta, i Sula si sono migliorati, spingendosi oltre.

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MUSIC MAP

Giunti al decimo anno di attività, i Sula Ventrebianco pubblicano il 10 marzo il loro quarto lavoro, “Più niente”, un concept album sul consumarsi della vita, concetto fatto vibrare da una musica agitata e intrisa di tensione drammatica. L’Lp dai curiosi titoli inizia con “Yellowstone”, un intro costituito da un fischio e strani pattern. In “Saleinsogno” emerge la voce acida su uno shuffle rock dove le pennate sono accompagnate da cori di “uuh”. “Diamante” è un pezzo dove l’arrangiamento è costituito da velocissimi sedicesimi suonati dall’inizio alla fine, e fa pensare allo space rock. Se tale genere non è pertinente, perché qui si gravita tra l’alternative inglese e il grunge americano, l’evocazione dello spazio lo è, infatti il brano successivo si chiama “Wormhole”, e nonostante sia ancora più aggressivo dei precedenti, a metà c’è un’inaspettata variazione suggestiva. Nello spazio torneremo ancora all’interno dell’album, dove c’è uno strumentale diviso in due parti inframmezzate tra le canzoni: le due parti si intitolano “Merak” e “Dubhe”, entrambi nomi di stelle appartenenti all’Orsa Maggiore ed esempi dell’energia sprigionata dalla band. In “Una che non resta” il testo recita: “Non dirmi mai di essere lento”, e “aspetto che il buio diventi mio amico”; in generale i testi mostrano spesso due filoni di scrittura, uno difensivo-aggressivo verso un interlocutore, e un altro più evocativo di situazioni oniriche spesso e volentieri incongruenti. “L’ade a te” si rivela il brano più fantasioso: un 6/8 che riporta frasi bollenti come “Qua la verità ti ammazzerà”, “essere speciali non è di moda”, “sentirmi in pace col mondo non mi rilasserà”, “dovevo nascere prima, quando il rock era rock”, cantate da una voce che diventa particolarmente graffiante. C’è una pausa calma dove compare il violino e dei cori crimsoniani. Altro brano decisamente interessante è “Arkam Asylum”, dove un muro di fiamme batteria-basso-chitarra si abbatte sull’ascoltatore e una voce folle e minacciosa dice: “Ragazzino cos’hai combinato? (…) ehi tu, guarda a terra, non alzare più la testa, oggi decido io cosa si mangia”. Il brano sviluppa delle armonie da incubo, e una corsa della batteria che sembra una di quelle dei primi Muse, così come il basso effettato del brano successivo: dallo spazio e dalla follia si passa alla chimica con “Metionina”. Il testo disorienta: “Troppe domande a bucarmi il cervello, tornerei piccolo come non mai / troppe domande a farmi da madre, tornerei grande come non mai”. La musica, sempre distorta e potente, ha qui un andamento ritmico più regolare, mentre “Attraverso” è in tempo dispari (5/4), e anche qui l’influenza del gruppo di Bellamy si fa sentire, però viene personalizzata da una voce in falsetto che tende al lirico e inserti di violino. Le parole di “Resti” ancora una volta mostra delle volute contraddizioni: “Chi mi distruggerà? Io sono invincibile, nel mio corpo scorrono delle rocce nere che si infrangono sulla mia mente fragile, ma combatterò per te fino alla fine”. La contraddizione tra il definirsi invincibile e la fragilità della mente rappresenta il naturale desiderio di sopravvivenza della vita, anche di fronte all’ineluttabile destino di ogni cosa. “Batticarne” è un grunge dal testo allucinante: “Fammi fermare un po’, (…) mi dici come fai, tu rimani morbida (…) ora puoi piangere, non basta esistere”, sostenuto da riff portentosi. Il disco è chiuso a sorpresa dal lento “Amore e odio” che sembra provenire da un altro album, e questo mostra la duttilità del gruppo. Torna il violino, stavolta da protagonista. “Ho visto ballar l’amore con l’odio su di un grande cuore spietato come il ghiaccio”. Il testo inizia così, ma finisce così: “Lo spazio teme di esser troppo senza di te, ma non ce n’è tanto”. L’invito è andare a scoprire cosa accade in mezzo, così come ascoltare attentamente tutte queste canzoni, che non sono mai scontate e mai ripetitive, nonostante siano ben sedici. Con “Più niente” i Sula Ventrebianco si confermano una realtà molto interessante e originale nel panorama italiano che ultimamente, e per fortuna, si sta affollando di nuovo di concept album, della voglia di proporre qualcosa di ben costruito e significativo, ed a volte improntato sullo story-telling. (Gilberto Ongaro)

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RARO PIU’

La scena rock indie nazionale sembra, finalmente, ampliare i suoi orizzonti e farsi largo fra le proposte che giungono dall’estero. Segno di una ritrovata maturità che, negli anni ’80, alcune formazioni (Litfiba, Diaframma, CCCP e altre) avevano mostrato di possedere. Sulla scia di quanto buono (nonostante le numerose critiche) è stato fatto, non solo recentemente, da realtà ormai conosciute al di fuori di un ristretto ambito ( in particolare, gli Afterhours di Manuel Agnelli), anche i campani Sula Ventrebianco mostrano di possedere tutte le carte in regola per inserirsi, senza compromessi di sorta, in questo discorso. Il loro nuovo ottimo album, Più niente è, infatti, l’evidente esempio di come sia possibile coniugare perfettamente l’energia del rock (grunge, hard, stoner, noise e psichedelico) con un afflato tipicamente nazionale che esalti, senza essere melodicamente caratterizzato, i sedici brani compresi nel nuovo lavoro. A tal proposito importante la scelta  di registrare in analogico e il ricorso ad un missaggio perfettamente in sintonia (Alberto Ferrari, frontman degli ottimi Verdena), insieme all’atmosferico contributo di alcuni strumenti ad arco (l’ade a te). E, su tutto, l’intensa e, mai banale, vocalità di Salvatore Carannante, capace di evocare rabbia, grande pathos (Attraverso), insieme ad orizzonti sonori rassicuranti e melodicamente di più ampio respiro (Resti).