ITALIANS DO IT BETTER

Sula Ventrebianco - Via la Faccia

Dopo le ottime critiche leggibili tutte nella sezione PRESS, volevamo dirvi che il video “Run Up” (con regia di Jacopo Rondinelli) è in rotazione su Rock Tv nella trasmissione “Italians do it better”. Vi lasciamo anche due link dove è possibile ascoltare in streaming l’intero album “Via la faccia”:

Rockit

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Continuate a dare un occhio alle date del Tour che sono in continua evoluzione!

RECENSIONE SU MUSICZOOM

a cura di Christian Panzano

Sono campani, fanno vibrare i polsi e le arterie del cuore, sono eloquenti e lavorano duro per ottenere la loro fetta di autorevolezza nel pulviscolo scenario indie italiano. Sono al loro secondo parto (dopo un promo auto prodotto) dal titolo espressionista Via la facciacon Ikebana records. Si parte con Strappi alla carne, un divertissement rispetto al resto dell’album. Le ritmiche preannunciano l’apocalisse, ma è solo un ombra vacillante che riecheggia nel libeccio surf noise.Run up è Teatro degli orrori promiscuo, Litfibadesaparecidos, come dire pizza margherita con doppia massa. Stoner comunque duro e bassi che veleggiano grunge, pestati come una Wodka maracuja. Ciò che si intuisce dai plots è una scrittura abile, ma pericolosa e una voce ben calibrata che non cade maniacale. Poi giù granitico con La peste, pezzo devastante, indubbiamente un live act d’eccezione. Qui la ritmica tiene il tempo in uno stato di perenne concitazione, come sentire una radio che gracchia per qualche minuto in un loggione e poi la nebbia con gli abbaglianti dimenticati accesi. Infine un rollio per tenere a bolla il timone. Uomini feroci d’amore del nero è purorock Motorhead da divertirsi. Stessa postura per Oca mia, solo meno vintage: un quadro pastello nero pece e rosso vermiglio da Queens of the stone age. I ragazzi hanno brutalità da vendere e ferri battuti da mitragliare nei timpani. Ma Oca mia svela anche una disincantata inclinazione, da Teatro degli orrori per l’appunto, nell’unire cantautorato (direi Bennato in questo caso ma non solo) e garage punk longitudinale.Erosa lancia dardi all’audacia persino cocente d’estasi per rimpolpare con semi di latinamerica e rifferama. Voce ancora a raggiungere cuspidi e prosa leggera di chi sa scrivere metafisico e pugnace sulla stessa strada che conduce alla dignità. Giri di corde passive libere, accordi ribelli e righe di terrore superbo e in poche sillabe abbiamo largo al re. Riascoltatelo tre volte almeno, è il pezzo più bello del 2013 italiano indie che riprende la wave di Fiumani di “anni luce”. Viene una gran voglia di prendere un basso e seguirli negli ultimi istantidella traccia. Ragazza muta è un po’ una caduta di stile secondo me, ma si può perdonare. Dopo tutto nessuno fa mai l’album perfetto. Via la faccia inizia smunta come i Cure di Wish vent’anni fa, con note oblunghe di chitarra e armonie notturne a cui segue la batteria che ragiona screziata. Sembra tutto troppo pulp e invece rientra la prosa asciutta “oggi non riesco più a sentire il pizzico”, la chitarra piange e si spegne nel buio più ricercato e poi “ho trascorso notti ad osservare acquari e volevo tanto entrarci dentro” . Pochi stralci dal loro arsenale di parole che esprimono la quintessenza di questo gruppo campano alle prese con una anabasi sociale sui mali del mondo. Il violino finale configura tutto questo rincorrere di ossa e guerre, ma deraglia poi in altri lidi. Con 32 denti ci si rallegra. Nasce trip hop, ma appresso è Soundgarden dei più ruvidi, è Sula Ventrebianco insomma. “Muri non mi crollano più addosso, navigo sulla pelle stesa come un sogno, scoppierà anche il mare per sentirsi un po’ più blu”. Bravi ragazzi! Tutto ricorda un po’ Rebel without a cause e quella locandina con James Dean che mani in tasca se ne frega del mondo piovoso e delle sue vene uggiose e ridicole e farinose. Il caro idillio ha le ore contate, ma nulla è perso per sempre. Alla fine non rimane che uno scheletro di burro ricoperto di squame, una voce che sussurra di volersi  sentire amata e rondini nel cielo più livido che volano verso altre rene pallide, grida diterrore eterno e inferni maledetti dove della terra rossa rimane a galla nonostante tutto. Una scrittura nervosissima, poetica, raffinata a tratti, iperbarica quando vuole, slabbrata quando ciò è richiesto. Il metal finale ricorda a tutti che se c’è qualche speranza di riuscita per il mondo di oggi, meglio tenersela cara, prima che l’apocalisse distrugga quel poco che è rimasto in vita a cinguettare greve.

Label: Ikebana Records
Anno: 2012

RECENSIONE ROCKIT

Ho fatto un po’ di ricerche su Saisio Carannante ma trovato ben poco. Perché ha un accento strano, canta in italiano ma sembra straniero. Ha una voce pastosa, ricorda quasi un John De Leo, quando fanno canzoni rock, quando si spostano più verso il folk allora diventa carico di pathos, con quella capacità a smarcarsi in maniera agile, veloce, tocca quasi iLos Fabulosos Cadillacs, malinconicamente espressivo, direi. I Sula Ventrebianco stanno a metà tra Molotov e Tomahawk, riescono anche non perdere la propria vena italiana lasciando trasparire una gusto per il progressive nostrano e gli anni novanta più capelloni e a zampa (TimoriaMiura). Una bomba. C’è una grande sapienza nell’arrangiamento e nel suono, ascoltatevi “Erosa” e capirete da soli. C’è anche “Run up” che rimane in testa quasi al primo ascolto e la si può candidare a ipotetico singolo, e non accade così spesso tra le band italiane.

Di difetti ce ne sono sono pochi: se il disco fosse alleggerito di alcuni momenti non così fondamentali (“Oca Mia”, “Largo al Re”, “Ragazza Muta”) forse scivolerebbe meglio un repeat dopo l’altro; a volte c’è la sensazione del leone in gabbia, bella la tavolozza di colori ma tolto “La peste” un brano che sia une vero calcio in faccia qui non c’è (ma non avendoli visti dal vivo potrei anche sbagliarmi); le canzoni sono sempre molto articolate, non è roba da tutti i giorni. Ma sono una bella scoperta, senza dubbio.

RECENSIONE SU ROCKAMBULA 5/5

Ufficializzano la loro forma sonora nel nuovo disco “Via la faccia” i napoletani Sula Ventrebianco ed è subito da dire che il disco necessita di diversi ascolti prima di mostrarsi nella sua intera bellezza forsennata, quando quel vortice di corrente elettrica e parole deborda in tutta l’urgenza che abbisogna. La band dimensiona una sensibilità digrignante e complessamente dolceamara, una estasiante forma epilettica di suoni e riff che tra fremiti, spigoli e istinti tira fuori il meglio di sé, spurga il necessario equilibrio per stare alla larga dalle radicali omologazioni e per entrare nell’immaginario collettivo, e quello che poi rimane di questa magia distorta  è interamente in balia di una discontinua tensione viscerale che abbellisce lo spirito.

Impostato per sempre in presa diretta, il disco mette tanta sensualità di maturazione all’aria, tracce capace di trascinare gli ascolti in un limbo inafferrabile, un fumoso ed elettrico istinto Brechtiano che sguazza lungo la dorsale della tracklist, un senso morfologico di atmosfere e sperimentazioni perfette per staccare con le dinamiche sterili di certo rock stagionato e finalmente abbracciare le digressioni dell’arte amplificata; undici proiettili che non smorzano un secondo la loro potenza indirizzata, tastiere, archi e sintethismi programmati fanno da contro altare a istintività hard rock, ma sussistono anche “terre franche” di melodia che nellaZampaglionesca “Run up” o nelle ondulazioni mediterranee di “Erosa” e “Via la faccia” (quest’ultima con un sussulto corale di violini fantastico) trovano esistenzialità da riguardare, ma sono, appunto, sporadiche terre franche in cui il moto elettrico dei Sula riprende fiato e cuore, poi la tensione riprende vita.

La cupezza di base – mutuata dalle drammaturgie rock d’appannaggio  Capovilla e Soci (Il Teatro degli Orrori), regge la struttura portante del registrato, intensa nelle fantasticazioni emaciate “Scheletro”, sbavante lungo la Seattle rovente “La peste”, nell’hard-rock “Oca mia” o scorrazzante negli anni Settanta italici dell’istinto aleatorio “Largo al re”, “Ragazza muta”, ed è una struttura sonica fisicamente provata,  che fa di questo disco un’espressione peculiare della ricerca e degli ingranaggi del suonare “a sangue caldo”, senza intercessioni o scorciatoie verso la monotonia imperante.

Da respirare avidamente in ogni sua nota, il disco dei Sula Ventrebianco è senza compromessi, splendidamente essenziale e carico nel contempo al pari di una diavoleria da inchino “32 Denti”. Immaginifico.

Genere: rock
– Etichetta: Ikebana 2013
– Voto: 5/5
– Data uscita recensione: 16 Gennaio 2013

by Max Sannella

RECENSIONE SU TOYLET

Con il termine sula si definisce un genere di buffi uccelli marini. C’è la specie sula nebouxii, o sula piediazzurri, che ha le zampe blu. C’è il sula dactylatra, o sula mascherato, che ha una maschera attorno al becco. Poi ci sono i Sula Ventrebianco, quartetto partenopeo che il 15 gennaio ci ha deliziato con l’uscita del secondo album Via la faccia (2013, Ikebana).

Si tratta di undici brani nei quali i Sula dimostrano di sapersi destreggiare nelle diverse declinazioni possibili della definizione di “elettrico”. Quindi i Sula fanno blues rock, fanno heavy metal, fanno pop rock, fanno stoner, fanno grundge, fanno rock anni ’60 e fanno un po’ quello che pare loro, il tutto con uno stile sempre ben riconoscibile.

Il suono è quasi vintage grazie all’utilizzo esclusivo di amplificatori valvolari e la registrazione in presa diretta. La tecnica sopraffina non è mai ostentata e non evita ai pezzi di essere orecchiabili. Non sono bestie fuori controllo. Sono cruenti e aggressivi quando serve, e sono cruenti e aggressivi il resto delle volte, perché anche le ballate (Erosa e 32 denti), nonostante il testo poetico e il contesto melodico, si rivelano immerse in una tensione ribollente. Le bestie non vanno mai in letargo e hanno sempre fame. Strappano, mangiano, beccano e graffiano ossa, carne, cuore e pelle. Non sono solo goffi uccelli marini.

I Sula Ventrebianco sono piacevolmente originali e tengono a specificare di non appartenere a nessun genere. A parte forse il genere sula.

Alan Smithee

RECENSIONE SU LET LOVE GROW

“Via la faccia” è un disco violento e brutale, trasmette un messaggio e lo fa in modo disumano, selvaggio, con un rock barbaro che non vede pause. “Via la faccia” si trova a vivere in una società mascherata, una pirandelliana tirannia mascherata da libertà, una bugia costante, senza fine, che fa crescere in cattività. Questa band è l’esatto risultato di cosa provoca una situazione di generale stanchezza, di abbattuta disperazione, ed il loro rock è la feroce risposta a tutto ciò. L’obiettivo oserei dire comunicativo è chiaro: abbandonatevi alla pura realtà delle cose.

La pura realtà dei Sula Ventrebianco è il rock. Quello vero, crudo e che pulsa. In una scena musicale, almeno quella italiana, che nasconde sempre più il “rock” dietro il “cantautorato tradizionale”, fare un disco del genere vuol dire controllare ogni singola molecola della propria faccia, mantenere la propria identità senza paura. E questo è un album temerario, che non si pone limiti. “Via la faccia” è un bel lavoro.

Il disco si divide metaforicamente in due parti: la prima, dove la faccia dei Sula Ventrebianco è chiara, è sempre la stessa ed è tremendamente forte, e la seconda, in cui invece il cambio di melodie, di intensità , si fa sentire e fa comprendere una semplicissima cosa, che la band napoletana è più attraente quando è sé stessa e basta, senza fare troppi giochi. Si ricordino pezzi come “La peste”, come dei Marta Sui Tubi ma più violenti, o la bellissima “Uomini feroci d’amore del nero”, da headbang passivo, con un ritmo travolgente, il migliore dell’album a mio avviso. Emblema di brani salvabili ma non eccessivamente notevoli è, invece, “Largo al re”. Quest’ultima cambia un po’ il gioco, ma diventa “seria” solo nella parte finale, quando i Sula Ventrebianco tornano ad essere i soliti, con un climax ascendente che fa fremere.

Dunque “Via la faccia” ha una serie di fattori positivi indiscutibili: la sua incisività, la sua forza; ma ha anche delle facce negative che necessariamente devono migliorare: il troppo uguale, il cambiamento che quando avviene rende i brani deboli, al contrario della natura della band. Che si cambi, dunque. Ci accontentiamo solo per adesso di questo bel lavoro, ma vogliamo di più.

RECENSIONE BUSCADERO

SULA VENTREBIANCO

Via La Faccia
Ikebana

A volte capita. Un CD promo dalla copertina fondamentalmente anonima, il nome
del gruppo che faccio fatica a decifrare, informazioni fumose dalla cartella
stampa. Poche attrattive, poi infili il disco nel lettore… e tutto cambia. E a
questo punto cerchi di recuperare più informazioni possibili e apprendi che
sono partenopei, che hanno già pubblicato un disco e che hanno vinto alcuni
premi a manifestazioni musicali più o meno grandi. Musicalmente non si
fossilizzano su un unico filone, inglobando in maniera incredibile la canzone
italiana, anche quella che a prima vista potrebbe sembrare pop e leggera, con
reminiscenze grunge, svisate stoner rock, passatempi sabbathiani e
destrutturazioni interessanti. Già la partenza con quello stoner spurio modello
Queens Of The Stone Age di Strappi Alla Carne bissato da Run Up che parte soft
per poi esplodere in motivi ridondanti che mi hanno ricordato il Mike Patton
era Mr. Bungle mette di buon umore. Ma c’è altro: La Peste è sofferta,
spezzata, incalzante e dal finale brutale, alla Korn degli inizi. Tra scorie
metal (Uomini Feroci D’Amore Del Nero) e pesantenze post grunge (Oca Mia) sbuca
fuori una bella ballata western, Erosa, caratterizzata da un ottimo lavoro della
solista, una melodia perfetta, una sorta di Comfortably Numb in chiave italiana.
Poi Via la faccia è un bignamino perfetto di come dovrebbe essere integrata la
tradizione popolare italica con il rock esterofilo: una canzone di livello
superiore, lirica e melodica che nella seconda parte esplode in una sezione
trascinante ed emozionante nella quale chitarre rocciose fanno a pugni con
l’intensità malinconica dei violini supportate egregiamente da un ritornello
che ti viene automatico da cantare a squarciagola. Bellissima. A ruota arriva
32 Denti e anche questa, se ascoltata fuori contesto e in maniera superficiale,
potrebbe sembrare una delle tante canzoncine pop che infestano le radio, ma che
invece al contrario ha al suo interno una profondità notevole e la capacità di
arrestarsi brutalmente nel momento in cui potrebbe diventare eccessivamente
mielosa. Finale super hard e sabbathiano con Scheletro. Una voce notevole
quella di Sasio Carannante e una chitarra ficcante nelle mani di Giuseppe
Cataldo, sostenute da una base ritmica esuberante (Mirko Grande al basso) che
mi permette di dare un plauso maggiore all’impressionante lavoro di Aldo
Canditone alla batteria fanno di questo disco la sorpresa italiana dell’anno e
speriamo che non si abbandonino alle sirene di una maggiore visibilità, che
potrebbe davvero arrivare. Almeno questo è il mio augurio per il 2013 dei Sula
Ventrebianco (e non vi spiego nemmeno cosa vuol dire il nome).

RECENSIONE SU BLOW UP

Blow up – Piergiorgio Pardo

Canzoni che si attestano sull’onda lunga del Teatro Degli Orrori e degli Zen Circus, ma trovano anche una propria cifra personale, grazie ai testi intelligenti, diretti, spesso visionari e alle belle soluzioni negli arrangiamenti. Spesso c’è infatti il guizzo che si impone all’ascolto, nè mancano pathos ed emozionalità. Brani come Erosa e 32 Denti, entrambi bellissimi, sembrano poi già indicare i margini di evoluzione di un songwriting che reca comunque impresso il marchio dell’ispirazione. Una realtà alla quale guardare con attenzione.